Ma la psicoanalisi non era “morta”?

di Stefano Tugnoli

 

Estratto dal volume “Tra le pieghe dell’ombra - Capire la depressione

Foschi Editore, Forlì, 2010

 

Proporre un discorso psicoanalitico su qualunque aspetto del disagio psichico significa, innanzitutto, riconoscere la vita mentale inconscia e le motivazioni profonde che portano alla sofferenza: nel paziente, infatti, non c’è solo un sintomo o un male da eliminare – come fosse un tumore da operare o un’infezione da eradicare – ma tutta la sua soggettività, tutto il suo mondo interno. Da Freud in poi, infatti, dobbiamo ammettere l’esistenza di una “Realtà Psichica” inconscia, abitata da pulsioni sessuali e aggressive, da fantasie, memorie e affetti, forze in conflitto tra loro e meccanismi mentali che si attivano per difenderci dall’angoscia; un mondo interno comune a tutti gli individui, che può consentire equilibri integrati e abbastanza robusti per garantire una vita mentale sana, oppure costituire le basi della psicopatologia nelle sue molteplici forme. Un altro assunto basilare della psicoanalisi è il riconoscimento che, nelle vicende psichiche, c’è continuità tra presente e passato: quello che siamo non può mai prescindere da quello che siamo stati nelle nostre stagioni più lontane, da tutto ciò che è accaduto e da come lo abbiamo vissuto. La struttura della personalità adulta, così come le sue criticità psicopatologiche, trovano in quel passato le loro radici più profonde.

Il “campo di lavoro” della psicoanalisi è la dimensione psicologica del paziente – la sua realtà psichica – in rapporto con quella dell’analista. “Due persone che parlano in una stanza”, titolava uno scritto di Luciana Nissim Momigliano (1984), due persone che, per tre o quattro volte alla settimana e per diversi anni, si incontrano definendo una relazione piuttosto particolare nella quale l’analizzando porta paure e speranze, dubbi e false certezze, modi di organizzare il suo pensiero e di configurare il suo rapporto con la realtà, riproducendo inconsapevolmente aspetti della sua vita affettiva che rimandano alle antiche esperienze infantili (è quello che in gergo psicoanalitico viene denominato “transfert”); il paziente è infatti un po’ come un bambino che l’analista, in posizione di ascolto partecipativo ed emotivamente coinvolto1, deve saper accogliere, assumendo “il ruolo complementare del genitore adulto che si impegna ad avere cura” di lui per “farlo crescere con pazienza, rispetto e amore” (Molinari Negrini, 1985). L’analista cerca di comprendere “come funziona la testa” di quella persona e la aiuta a cambiare qualcosa di sé, del suo modo di essere, senza per questo snaturarne l’identità, per conquistare maggiore libertà, autenticità, autonomia, responsabilità e capacità di scelta, lavorando per ampliare le sue possibilità di pensiero creativo e per favorire un più profondo contatto con la sua vita affettiva. Alla fine del viaggio anche l’analista è cambiato e “un’analisi felicemente conclusa arricchisce entrambi i membri della coppia analitica” (Molinari Negrini, 1985).

La psicoanalisi non promette felicità, non ha come obiettivo quello di suggerire “come si fa per stare meglio”, non può dare consigli né preventivamente decidere cosa potrà essere “il meglio” per quel paziente piuttosto che per quell’altro, non può e non deve prescrivere alcunché; offre un metodo di conoscenza e di scoperta di se stessi orientato verso l’ignoto per definizione, l’inconscio. Né il paziente né lo psicoanalista sanno cosa si andrà a scoprire e quale sarà il passo lungo il percorso. Allo psicoanalista spetta la competenza di un metodo di lavoro che ha acquisito durante una lunga formazione, teorica e tecnica, di studio e di esperienza, che, prima di ogni altra cosa, lo ha portato a curare se stesso con la psicoanalisi prima di poterlo fare con i suoi pazienti.

 

A questo punto del discorso, però, ci si potrebbe anche fare una domanda: “ma cosa ce ne facciamo oggi della psicoanalisi, di Freud e degli psicoanalisti?”

È piuttosto frequente trovare notizia nei mezzi di informazione, e di conseguenza riscontrare nel comune sentire della pubblica opinione, che la psicoanalisi è in crisi, che ormai ha ben poco da dire, che è superata e ha solo un valore storico e filosofico, che “è morta”; soprattutto che “non è una scienza” e che, come tale, non può essere presa in considerazione quando si tratta di scegliere una terapia per i disturbi psichici. Sarà pur morto Sigmund (per la cronaca Freud visse tra il 1856 e il 1939), ma non è certo morto il suo pensiero, al quale non si può non ritornare ogniqualvolta si intenda procedere oltre, così come sono tutt’ora attualissimi i fondamenti della sua disciplina; allo stesso tempo, però, la psicoanalisi è andata al di là delle frontiere battute da Freud, sviluppando sue originarie intuizioni o tracciando vie radicalmente innovative. È singolare che, quasi sempre, in quel tipo di “informazione” si faccia coincidere tutta la psicoanalisi con Freud e la sua opera, come se più di cento anni – attraversati dal lavoro clinico di migliaia di psicoanalisti e contrassegnati dai contributi teorici di grandissimi autori – non fossero passati.

La psicoanalisi è tutt’altro che morta, gode di buona salute e riveste un ruolo ben preciso nel panorama delle discipline che si occupano della vita psichica, dello sviluppo affettivo e della patologia mentale, e dispone di una ricca ed eterogenea tradizione clinica e di solide fondamenta culturali. Semmai il nodo critico è quello di una sua insufficiente visibilità nel mondo contemporaneo, sia a causa delle polveri sollevate dal vento delle tendenze culturali e scientifiche di volta in volta più in voga, sia, forse, per qualche difficoltà di “penetranza”2 culturale e sociale da parte dello psicoanalista.

Tra i vari fattori responsabili di questo problema credo però che vada anche riconosciuto un limite intrinseco della stessa pratica professionale, che impone doveri di riserbo e di cautela – verso i propri pazienti e verso se stesso – che non consentono allo psicoanalista molti gradi di libertà rispetto alla sua presenza pubblica; ciò non significa, a mio parere, che debba esaurire esclusivamente la propria funzione confinato tra le quattro mura del suo studio.

Ci sono poi anche altre ragioni per le quali la psicoanalisi, oggi forse più del passato, appare decisamente poco “di moda”. Le conquiste scientifico–tecnologiche alimentano sempre di più l’illusione di poter modificare e controllare la realtà a nostro piacimento, in un contesto nel quale l’imperativo collettivo sembra essere una sorta di “be positive and be happy” sempre e comunque; tutto questo favorisce una tendenza alla negazione difensiva del limite e del dolore connaturati all’umana esistenza, le aspettative socialmente indotte risultano sempre più elevate e finiscono per innestarsi insidiosamente sui nostri radicati – e inconsci – bisogni di onnipotenza e di piacere assoluto.

In un campo sociale e culturale configurato da queste linee di forza lo psicoanalista, che propone un tipo di cura che richiede tempi lunghi, pazienza, fatica e impegno, capacità di guardare in faccia a scomode verità di se stessi, e che non promette una guarigione “clickabile a portata di mouse”, non può certo essere accolto con immediato favore e risulta indubbiamente meno appetibile di altre figure professionali che offrono scorciatoie più scorrevoli. Come dire, “il pensiero va in salita”, non tutti sono passisti–scalatori e, per tanti, è più facile svoltare lungo la discesa dell’illusione o perdersi nel doping. Fuor di metafora, è sicuramente più facile cedere alla tentazione di risolvere i propri problemi affidandosi a dispensatori di consigli di vita o chiudere ogni spazio di pensiero aggrappandosi ciecamente alla chimica del farmaco. Ed è decisamente più comodo spendere l’equivalente del costo di un’intera analisi per una bella automobile, per ricorrenti permanenze “antidepressive” in beauty farm o per interventi vari di maquillage esistenziale, piuttosto che intraprendere il viaggio della conoscenza profonda di sé e provare a cambiare qualcosa che non va nel proprio funzionamento mentale.

Per questi aspetti la psicoanalisi si colloca sempre “all’opposizione”, non certo per appartenenze politico–partitiche, ma per i razionali forti che la definiscono come orizzonte culturale, come teoria della mente e come metodo di cura: con la psicoanalisi – “scienza del negativo” e “della soggettività sofferente” (Zucchini, 1983, 1991) – si va oltre il senso comune, riconoscendo l’esistenza di un inconscio che smentisce il convincimento che l’uomo possa davvero essere totalmente padrone di sé e dei propri pensieri. Accettare questo è sempre difficile da mandar giù, oggi come ai tempi di Freud.

Il misconoscimento della psicoanalisi e delle sue acquisizioni è purtroppo evidente anche tra gli addetti ai lavori: il modello imperante in psichiatria è oggi quello medico-biologico, che prevede la classificazione dei disturbi psichici secondo un approccio essenzialmente descrittivo, basato su una osservazione–elencazione dei sintomi che rischia di eludere la comprensione profonda dei vissuti e che si avvale, per la cura, principalmente dell’uso dei farmaci. Sia chiaro che, con questo, non intendo certo dire che classificazione dei disturbi mentali e chimica degli psicofarmaci non siano importanti; tutt’altro. Si tratta però di riconoscere la centralità della vita mentale inconscia e delle vicende affettive e relazionali infantili nella genesi della sofferenza psichica, del fatto che i sintomi veicolano significati specifici per chi li manifesta e di non perdere di vista il ruolo della relazione terapeutica. Tutto questo, ovviamente, senza rinunciare alla ricerca di un metodo che garantisca il necessario rigore che deve caratterizzare una qualunque forma di terapia.

Credo si possa essere d’accordo con Gino Zucchini quando afferma che “la psicoanalisi è l’arte di praticare una scienza” (Zucchini, 2009), proponendo una definizione che allude alla necessaria coesistenza di due livelli di realtà nella cura disagio mentale: una necessità di scienza, ovverosia di un metodo e di una teoria che consentano di ricondurre la pratica clinica ad un sistema di riferimento concettuale coerente, che si deve però articolare con la dimensione libera e creativa dell’incontro tra due persone, esperienza unica ogni volta nei suoi molteplici accadimenti, non preordinabile nei suoi contenuti, né standardizzabile nei suoi sviluppi. In buona sostanza, tenere insieme “le ragioni del cuore e il cuore della ragione” (Zucchini, 1978).

In un mondo nel quale le esperienze umane e i rapporti tra le persone sono sempre più mediati dalla tecnologia e dalla virtualità, la psicoanalisi non solo non è superata, ma dovrebbe poter occupare un posto ancor più rilevante nella cultura e tra le scienze umane, in quanto modalità di cura e di conoscenza che mette al centro l’individuo nella sua irripetibile singolarità.

 

 

Note nel testo

1 È il caso di smentire il luogo comune che vede lo psicoanalista freddo e distaccato, impassibile dinnanzi alla sofferenza del suo paziente.

2 Il termine “penetranza”, come precisa Stefano Bolognini, fa riferimento ad una delle “caratteristiche maschili di base” e ha molteplici significati: dal rimando “all’inseminazione biologica”, ai più svariati ambiti dell’esperienza che vedono l’uomo impegnato in situazioni che implicano “l’affermazione e l’estensione di Sé”, come, ad esempio, “un’azione militare”, la “presa del potere politico”, “l’invasione dei mercati”, l’espressione in “campo artistico e intellettuale” (Bolognini, 2009).

 

 

 

Estratto dal volume “Tra le pieghe dell’ombra - Capire la depressione

Foschi Editore, Forlì, 2010

 

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Bolognini S. (2009) Sulla costruzione della identità maschile. Relazione presentata al Centro Psicoanalitico di Bologna il 25/6/2009

 

Molinari Negrini S. (1985) A proposito dello strumento analitico: modificazioni tecniche e mutamenti di prospettive teoriche, Gli Argonauti, IX, 34, 109-117

 

Nissim Momigliano L. (1984) …Due persone che parlano in una stanza …” (Una ricerca sul dialogo analitico), Rivista di Psicoanalisi, 1,1-17 (In: L’ascolto rispettoso – scritti psicoanalitici, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2001)

 

Zucchini G. (1978) Per l’epistemologia, Rivista di Psicoanalisi, 2, 199-204

 

Zucchini G. (1983) Ragione psicoanalitica tra logopatia e pato-logia, Rivista di Psicoanalisi, 1, 81-94

 

Zucchini G. (1991) Psicoanalisi e sogno: clinica e teoria. In: Sogni: figli di un cervello ozioso (a cura di M.Bosinelli e P.C.Cicogna), Bollati Boringhieri Ed., Torino

 

Zucchini G. (2009) Fellini “psicoanalista”? In: Fellini. Mezzo secolo di dolce vita (a cura di V. Boarini e T. Kezich), Edizioni Cineteca di Bologna / Fondazione Federico Fellini, Bologna/Rimini