La stanza d’analisi: miti da sfatare

di Luca Nicoli

 

Estratto dal volume “Amare senza perdersi

Foschi Editore, Forlì, 2010

 

 

La psicoanalisi è un mito tenuto vivo dall'industria dei divani. (Woody Allen)

 

La psicoterapia è definita spesso come “la relazione che cura”.

Si parla di cura, e dunque di malattia.

La malattia è un’etichetta utile ai medici per tradurre una serie di segni in un problema unitario, a cui trovare una risposta terapeutica. Le persone che soffrono, tuttavia, spesso arricciano il naso nel sentirsi applicare un’etichetta, nella convinzione, non sempre errata, che essa coprirà il resto della loro persona.

La psicoanalisi, da sempre più attenta a conoscere l’individuo che a incasellarlo in un manuale diagnostico, preferisce usare le parole di chi soffre, e parlare della sua sofferenza.

La sofferenza emotiva è da sempre una forma di disagio un po’ “scomoda”, vista a volte con sospetto, altre con vergogna, spesso comunque come un problema diverso dagli altri, probabilmente perché riguarda la nostra stessa soggettività, il nostro essere persone.

La sofferenza è spesso fraintesa, minimizzata e allo stesso tempo demonizzata, e diventa difficile da collocare nella sua reale dimensione.

La figura dello psicoanalista, colui che si prende cura della soggettività, si presta facilmente a suscitare fascinazioni o timori, e diventa spesso oggetto di miti e leggende, così come il suo metodo di lavoro. Cercherò quindi di esaminare alcuni dei miti più comuni, spesso creati dalle nostre resistenze al cambiamento, per aiutare a fare chiarezza in questo delicato contesto.

 

Ce la posso fare da solo!

 

Quante volte ciascuno di noi ha proferito o udito questa esclamazione?

Si tratta dell’espressione per eccellenza di chi sta attraversando un momento di difficoltà, una testimonianza di orgoglio e indipendenza. Essa tuttavia cela una importante paura, la paura della dipendenza dall’altro e della perdita di autonomia soggettiva.

Chiunque di noi faccia esperienza di una frattura ossea naturalmente si recherà quanto prima da un buon medico per ricevere le cure adeguate, così come per un’influenza o qualunque altro disturbo fisico. Nessuno infatti pensa di potersi ingessare da solo, e accetta di buon grado che il suo corpo venga curato da uno specialista.

Non accade così invece per la mente, la sede intima del nostro Sé, il nostro essere individui.

Quando è la nostra affettività ad entrare in crisi, incontriamo ferree resistenze all’affidarci ad uno specialista, temendo, come ho anticipato poco sopra, di perdere la nostra autonomia di pensiero, o ancor peggio di essere (o diventare) “malati di mente”.

Questo è ancora più vero quando sono le nostre relazioni a essere fonte di disagio: siamo noi a essere “malati”, è il nostro compagno, o la nostra coppia?

 

Non sono matto!

 

Questa seconda espressione che riporto concentra in sé la paura della malattia psichica intesa come perdita definitiva della soggettività e dunque stato duraturo e inaccettabile.

Ognuno di noi può incorrere durante il suo cammino in un momento di crisi, ma accettare di farsi aiutare nell’affrontare il problema, accogliendo un differente punto di vista, sembra quasi un trasformare il momento di difficoltà in patologia conclamata.

Dunque rivolgersi ad uno specialista diventerebbe un’ammissione di sconfitta: allora siamo davvero malati!

Questo sillogismo che nessuno razionalmente accetterebbe (non mi sono rotto una gamba perché vado al pronto soccorso, semmai è il contrario), nel caso del mondo emotivo si nutre di resistenze al cambiamento e paura di svelarsi, quindi diventa un imponente freno ad ogni tentativo di modificare una situazione irrigidita di disagio.Vediamo quindi nel dettaglio quali sono i preconcetti da superare quando si entra nella stanza d’analisi.

 

Sono venuto da Lei per avere dei consigli!

 

Il primo diffuso preconcetto sul lavoro dello psicoanalista, alimentato nostro malgrado da troppi esempi proposti dai media, consiste nel considerarlo come un saggio dispensatore di consigli.

Ad una prima analisi può sembrare molto rassicurante il pensiero di affidare i propri dubbi e le proprie incertezze a qualcuno che ha già la risposta più adatta a noi e che sa che cosa è giusto e che cosa non lo è. Si immagina una sorta di papà buono che si prenda cura della nostra vita, indirizzandoci su un cammino sicuro che conduce alla risoluzione dei problemi e – forse - alla felicità.

Soffermiamoci però a pensare all’altra faccia della medaglia, e cioè ad uno sconosciuto che pretende di dissertare sulla nostra vita e sulle nostre abitudini, un padre impiccione e pignolo pronto a bacchettare ogni nostra imperfezione, ogni piccola incoerenza, ogni piacevole capriccio.

Nel caso di un problema di dipendenza affettiva, si potrebbe pensare (e c’è chi lo pensa), che l’analista abbia in mano le sorti della nostra coppia, possa deciderne la vita o la morte, perché lui sa qual è il nostro bene.

Sarebbe senza dubbio un nuovo rapporto di dipendenza, un po’ infantile, un po’ masochista, e affiderebbe allo psicoanalista un ruolo di censore onnipotente che egli fortunatamente non riveste.

 

Lo psicoanalista che opera con professionalità non fornisce consigli, ma aiuta l’analizzando ad allargare il campo della sua riflessione, sottolineando le risorse trascurate, le strade inesplorate e i bisogni interni inascoltati.

Sarà poi compito di ogni individuo, alla luce della nuova consapevolezza, costruire un percorso di vita adeguato alle proprie esigenze e rispettoso della propria interiorità. L’analista è chiamato ad accompagnare questo cammino, evidenziandone difficoltà e prospettive, ma sempre nel più assoluto rispetto della soggettività e autonomia individuali.

Farà molto male?

 

Il termine colorito “strizzacervelli” fa riferimento ad un altro timore diffuso, quello del percorso analitico come un lavoro invasivo, il cui obiettivo è aprire la propria mente allo sguardo indagatore dello psicoanalista. Si tratterebbe dunque di un percorso fatto di pianti dirotti e di terribili rivelazioni, una sorta di monte Calvario da scalare per ottenere una qualche sorta di “salvezza”.

Insomma, la stanza d’analisi sarebbe un contesto dominato dal dovere (“si deve dire, si deve ricordare, ...”), e non un luogo in cui si ha l’opportunità di esprimere disagi, difficoltà, dubbi che non hanno occasione di rivelarsi altrove.

Come l’analista non è un dispensatore di consigli, allo stesso modo non spinge l’analizzando a rivelare né a “scavare” più di quanto l’individuo stesso non desideri.

La stanza d’analisi è un luogo di libertà, dove poter stare comodi, lasciando i pensieri liberi di scorrere senza quel controllo spesso ossessivo che esercitiamo quotidianamente.

Si tratta quindi del luogo della possibilità, dove cioè si può raccontare e raccontarsi, stare in silenzio, gioire o arrabbiarsi godendo dell’ascolto benevolo di un interlocutore attento.

 

Sì, va bene, ma il mio problema come si risolve?

 

Le dipendenze affettive, come abbiamo avuto modo ampiamente di vedere, traggono origine da un contesto personale dove aleggiano la sfiducia nelle proprie capacità e l’idea più o meno consapevole che il proprio benessere dipenda da un’altra persona. La nostra storia probabilmente ci ha portato a credere che da soli non ce la possiamo fare, e l’esser giunti nello studio di un analista è la testimonianza che abbiamo raggiunto il fondo.

Non esiste una strada facile a una meta come questa: si può cambiare il proprio modo di sentire?

Esiste la possibilità di intraprendere un percorso impegnativo, volto a rivelare gli automatismi inconsci che rigidamente determinano il nostro modo di essere e di metterci in relazione. Rendere consapevole l’inconscio è l’obiettivo primario della psicoanalisi, perché ciò significa aumentare le aree di libertà di cui possiamo godere. Per chiarire con un esempio questo concetto, possiamo riprendere l’immagine ormai familiare dell’armadio dei nostri vestiti. Lo psicoanalista si comporta come uno specchio che ci permette di vedere quali abiti indossiamo solitamente, come ci stanno addosso, quali altri abbiamo dimenticato nei recessi di qualche cassetto.

In altre parole, se noi diventiamo coscienti delle nostre rigidità caratteriali, o delle modalità di relazione, possiamo metterle in discussione. Possiamo, perché come abbiamo ricordato la stanza d’analisi è luogo della possibilità, non del dovere imposto. Anzi, probabilmente ci verrà naturale sperimentare nuovi ruoli, soffermarci davanti a nuove rappresentazioni di noi stessi e degli altri, appropriarci di modelli di comportamento e di pensiero che avvertiamo come più adatti a noi.

Nuovi abiti per il nostro armadio?

 

La psicoanalisi non è un percorso di conoscenza razionale, non si “impara” a essere diversi tramite uno studio cognitivo. E’ invece un’esperienza emotiva condivisa, dove si “sente” con la pancia e con il cuore. Si sentono i dolori e le fragilità, e si consente loro di uscire dal cassetto dove erano stati rinchiusi per vergogna e diffidenza. Possono venire accolti, pensati, e riconosciuti come parti di noi da crescere con pazienza e amore.

Quando si ripete la frase stucchevole “ama te stesso”, spesso si fraintende il suo significato più profondo, faticoso e doloroso. Imparare a voler bene alla nostra insicurezza cronica, alla nostra dipendenza infantile dai genitori, alla timidezza, alla “normalità” che non ci rende affatto speciali, vi assicuro che non è né facile né entusiasmante.

Tuttavia, si tratta dell’unico modo di crescere davvero.

Ogni atleta sa che bisogna esaminare con occhio critico il proprio fisico e la propria tecnica d’esecuzione per migliorare le sue prestazioni, non certo le medaglie appese al caminetto. Toccare con mano i propri limiti, accettarli e cercare di renderli meno soffocanti permette di riprendere il percorso di crescita laddove si era interrotto.

Lo psicoanalista è più indulgente di noi stessi con i nostri piccoli vizi e le nostre immaturità, lui stesso ha fatto esperienza dell’analisi e della fatica di crescere, conosce il percorso analitico “sulla sua pelle”. A differenza di un caro o di un amico, poi, non ha idea di come noi dovremmo essere, ma si limita a mostrarci come siamo e, casomai, ad aiutarci a scorgere come potremmo essere.

 

Il percorso di cura delle dipendenze affettive patologiche ci permette di vedere chi siamo e, soprattutto, come mai abbiamo così bisogno di una certa relazione. Che cosa speriamo di ottenere? Che cosa temiamo di perdere? Perdiamo solo l’altro, o anche una parte di noi stessi? Quale parte di noi stessi abbiamo affidato all’altro?

Queste e altre domande consentono di ascoltare il bambino impaurito nascosto in qualche angolo dentro di noi. Con il tempo, lasceremo che questo bambino si possa fidare, possa uscire e ci racconti la sua storia. Che, detto per inciso, è anche la nostra storia.

Quando le nostre parti infantili si saranno sentite accolte, allora potremo vivere le relazioni attuali in modo più libero dagli antichi bisogni, con la nuova consapevolezza che ci possiamo prendere cura noi stessi delle nostre ferite. L’altro, il nostro compagno, non sarà più solo un genitore, o un fratello maggiore, o un idolo da imitare o da trattenere, ma potrà interpretare di volta in volta un ruolo complementare al nostro, in una danza a due paritaria e ogni giorno diversa.

La salute è creatività, varietà, gioco e mistero, laddove l’angoscia è ripetizione incessante di una vecchia storia già scritta.

La coazione a ripetere, concetto cardine proposto da Freud, è la tendenza dell’individuo a mettere in scena più e più volte ciò che non riesce a pensare affettivamente. Una donna mai considerata nella sua infanzia potrebbe tendere inconsciamente a percepirsi come “invisibile”, dunque vivere relazioni nelle quali tutta l’attenzione sia puntata sull’altro. La sua parte cosciente potrebbe protestare anche con vigore contro un compagno che non la considera, ma nell’inconscio una bambina sente di non esser degna di attenzione. Soltanto grazie all’ascolto di questa bambina, la nostra donna potrà cambiare la sua storia, consentendo alla sua parte infantile di sentirsi accolta e dunque finalmente meritevole di comprensione.

 

Da una dipendenza ad un'altra?

 

Dalla faticosa dipendenza da un compagno alla dipendenza, più onerosa, da uno psicoanalista. Non c’è che dire, un salto di qualità!

Hollywood ha immesso nella nostra cultura l’immagine di borghesi di New York completamente dipendenti dal loro analista, consultato per ogni scelta e citato in ogni discorso. La dipendenza assoluta da un'altra persona fa paura a tutti, e dunque crea una certa riluttanza ad appoggiarsi ad uno specialista.

Questo timore si fonda sull’idea che l’analista sia una sorta di stampella pronta a sostituire un arto rattrappito, nel nostro caso un Sé fragile, e che l’abitudine ad appoggiarsi alla stampella atrofizzi la gamba fino a renderla inservibile.

Una funzione di questo tipo, cronicizzante, è chiaramente deprimente, sia per l’analizzando, sia, a dire il vero, per l’analista. A partire da Freud, che vi dedicò il saggio Analisi terminabile e interminabile, la psicoanalisi si è interrogata sulla necessità che il processo analitico abbia termine e consenta all’individuo di continuare da solo la sua vita, con l’augurio di una maggior consapevolezza di sé.

Come a dire che l’analista si sente piuttosto come un fisioterapista che pratica un ciclo intensivo di mobilizzazioni e rafforzamento del muscolo indebolito, persuaso che l’intensità del lavoro favorirà una riabilitazione più rapida, e magari un potenziamento, dell’arto infortunato.

Già nel primo capitolo abbiamo potuto constatare come l’autonomia adulta si fondi sull’esito di una buona relazione di dipendenza infantile, ora possiamo completare il discorso concludendo che soltanto una nuova relazione emotiva di una certa intensità e durata può favorire il processo maturativo.

Dunque la psicoanalisi richiede una costante frequentazione da parte della coppia analitica, una frequentazione che prevede però fin dall’inizio un termine al lavoro insieme. Il processo analitico si pone come obiettivo ultimo l’acquisizione dello strumento dell’autoanalisi, ovvero la capacità introspettiva di saper convivere e dialogare con il proprio mondo interno.

La frequentazione dei propri spazi emotivi e il contatto con le parti di sé più intime e protette rappresenta la via più autentica al benessere psichico, e favorirà la capacità di vivere rapporti affettivi soddisfacenti.