24 febbraio 2010

 

Stefano Tugnoli

 

Le medicine della mente.

Gli psicofarmaci: azione chimica, vissuti psicologici

e significati relazionali.

 

Da diversi decenni la cura del disturbo mentale vede nello psicofarmaco uno strumento fondamentale, via via sempre più sofisticato nelle sue modalità di azione neurochimica e sempre più differenziato nelle sue indicazioni terapeutiche; le recenti acquisizioni nel campo delle neuroscienze consentono di precisare sempre di più le complesse alterazioni del funzionamento cerebrale che sottendono i disturbi psichici e, per questa via, offrono conoscenze sempre più importanti per un razionale uso del farmaco. Il suo impiego non può però essere disgiunto da un’attenta considerazione della soggettività del paziente, e non si può ricondurre l’ampio ventaglio dei suoi effetti esclusivamente all’azione chimica (basti pensare al noto “effetto placebo”): a volte lo psicofarmaco viene considerato un “rimedio magico” al quale aggrapparsi nell’aspettativa di “cancellare” la propria sofferenza, e, per questa via, rinunciare a comprendere elaborativamente le ragioni profonde dei propri problemi; altre volte il farmaco è invece temuto come un “veleno” o come una sostanza capace di alterare la personalità, con il rischio di sottrarsi ad una cura che potrebbe rivelarsi decisiva per la sorte del paziente e per la sua qualità di vita.

Il farmaco non limita quindi il proprio campo di azione allo specifico neurofisiologico, ma assume significati e valenze fondamentali per la sua efficacia radicate nel tessuto relazionale dell’incontro con il paziente e nella dimensione psicologica del suo mondo interiore.